Analfabetismo funzionale e design

Molto spesso non ci si pensa, ma ogni singolo oggetto che esca da una produzione seriale, anche se limitata, è frutto di progettazione. Purtroppo però, osservando con sguardo critico quanto il mercato propone, specialmente in questi ultimi anni, ci si rende conto che all’origine di molti prodotti non vi è una progettazione che sappia equilibrare forma e funzione, bellezza e utilizzo. Pare vi sia un sempre più dilagante analfabetismo funzionale legato al design, diffuso non solo tra il pubblico/utente finale, ma anche tra chi, in seno all’azienda produttrice, è responsabile della produzione e commercializzazione di un bene.
Se nel caso dell’analfabetismo funzionale inteso nel senso più classico si intende l’incapacità di comprendere il significato e le informazioni di testi, anche semplici, per elaborarne le informazioni con senso critico, nell’analfabetismo funzionale legato al mondo del design non vi è la capacità di osservare un oggetto individuando quale sia il rapporto tra bellezza e funzione.
A parziale giustificazione di questa condizione bisogna riconoscere che l’analfabetismo funzionale “classico” nasce generalmente da una mancanza di esercizio, da una pigrizia intellettuale di fondo, e non da un deficit strutturale (infatti in Italia solamente 5% della popolazione è analfabeta strutturale – non sa leggere e scrivere), mentre la percentuale di popolazione che non possiede i mezzi per poter svolgere un’analisi critica in ambito di design è straordinariamente alta. In sostanza, a meno di studi specifici, l’istruzione classica non fornisce gli strumenti necessari alla lettura di un progetto.

Ma facciamo un po’ di ordine cercando di capire quali sono gli elementi che distinguono Arte, Ingegneria e Design.
L’arte è espressione di libertà assoluta, senza alcun vincolo e nessuna regola precisa. Non è legata necessariamente alla diffusione di un messaggio preciso ed ha come scopo il suscitare emozioni. L’arte non si lega quasi mai a produzioni seriali e, quando lo fa, il valore del “prodotto” rimane legato a fattori di gusto e altri parametri soggettivi, non legati a funzioni specifiche, ma inerenti la sfera emozionale.
L’ingegneria si occupa di individuare soluzioni funzionali che lasciano generalmente all’estetica e all’emozione un ruolo marginale, ove non addirittura assente. È evidente che in questo contesto il valore dell’oggetto è determinato dalla capacità di svolgere più o meno efficacemente una funzione e nasce da una progettazione espressione di profonda competenza tecnica.
Il design è in qualche modo la sintesi delle due precedenti categorie. Il designer è infatti colui che si occupa di progettare prodotti destinati alla produzione seriale, identificando soluzioni ottimali che ne garantiscano funzione e usabilità all’interno di una forma che sia in grado di suscitare emozione. Nel momento in cui l’estetica prevale sulla funzione ci si avvicina, fino a sconfinarvi, al mondo dell’arte, mentre se la funzione prevale sulla bellezza si ha una tensione al mondo dell’ingegneria. Il designer deve quindi trovare sempre il giusto equilibrio che consenta all’oggetto di suscitare emozione nell’acquirente, senza comprometterne la funzione e l’usabilità.

Purtroppo, specialmente per quanto riguarda il mondo casa, ci si trova sempre più spesso di fronte ad oggetti il cui scopo decorativo/emozionale prevarica la funzione. Aziende blasonate propongono lampadari da forme mozzafiato incapaci di illuminare adeguatamente neppure uno sgabuzzino per le scope, oppure attrezzi da cucina che, oltre a ridurre la cucina in un campo di battaglia, offrono un’esperienza d’uso a dir poco frustrante, ma che risultano essere dei meravigliosi soprammobili.
Ci si chiede se questa epidemia di oggetti disfunzionali nasca da un analfabetismo bi base in seno alle aziende produttrici o se vi sia da parte di queste una seria ricerca che identifichi nell’incapacità del cliente di effettuare una valutazione diversa da quella emozionale il più remunerativo motivo di diffusione dei propri prodotti. In entrambi i casi emerge da parte del designer la necessità di porsi come “educatore” che sappia offrire non solo competenza ed etica nella progettazione, ma anche la capacità di rivolgersi ad un interlocutore che non è in grado di comprendere in modo adeguato il progetto in un mondo in cui l’analfabetismo funzionale nasce da un ben più grave analfabetismo strutturale.

Meditate gente…ed educate.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *